giovedì 7 febbraio 2019

Grace

Ero seduto davanti a lei e la guardavo distesa nel letto, come assopita.
Non mi ero mai accorto di quanto potesse essere bella: i capelli sciolti e lisci ricadevano pesantemente creando una distesa nera sulle spalle esili.
Aveva gli occhi di un nero acceso, caldi come una notte d'estate.
Il viso era cesellato da tante piccole lentiggini che le donavano un'aria da bimba sperduta.
Era bellissima, Grace.
La guardavo e intanto mi facevo mille domande.
Chi come perchè quando... le solite domande di chi non ha un cazzo da fare!
Girovagando con lo sguardo per la stanza, l'occhio mi cadde su un poster di Jeff Buckley, dove
giganteggiava la scritta "Mojo Pin", che poi era il nome del locale dove andavamo sempre.
buffa coincidenza!
Non era grande la stanza di Grace, poco più di un quadrato, ma era gonfia della sua personalità.
Libri, cd, vinili dei più disparati autori e scrittori.
Grace passava tranquillamente da Dostoewsky a Kerouak o da Bach a Cohen.
Grace era così.
La mia Grace era così.
Andai in cucina e mi versai un whisky.
E un altro.
E un altro.
E un altro...
Alla fine mi scolai la bottiglia e mi svegliai sul pavimento in preda ad un mal di testa fortissimo.
Bussarono alla porta. Due persone entrarono in silenzio nella casa e nella stanza di Grace.
La presero con gentilezza e la adagiarono in un sacco nero.
Chiusero la cerniera lampo e me la portarono via.
La mia Grace.

lunedì 28 gennaio 2019

Acque Calme



La brezza era buona quella mattina, così decise di andare un po' in barca.

Scese al molo e prese il suo "Due metri scarso" come la chiamava lui, una barchetta così piccola che ad entrarci in due sarebbe affondata.

Ma andava bene per uno.

Entro dentro e spiegò la vela, che si gonfiò subito del vento caldo di quel giorno assolato.

Quando si trovò a distanza dal porto, buttò l'àncora e si fermò in mezzo al mare.

In silenzio.

Nel nulla.

Si bagnò la testa con l'acqua di un mare limpido come uno specchio, che il sole picchiava quel giorno, prese il tabacco dalla borsa, lo pigiò dentro la pipa e aspirò un lungo tiro.

Il mare era una tavola di vetro quel giorno, poteva vedere i pesci nuotare sotto la sua barca e giocare con la cima dell'àncora.


Il fumo dalla sua bocca sembrava nuvola e i suoi pensieri erano leggeri come aria.

Guardò l'orizzonte.

Gli venne in mente Bogart e la sua sigaretta.

Così.

Decise di tuffarsi in acqua e gli schizzi crearono un arcobaleno lucente.

Si lasciò cullare dalle onde di quel mare meraviglioso, come un bimbo rannicchiato nella pancia della madre gode della placenta.

E lì, in mezzo al nulla, trovò se stesso.

giovedì 24 gennaio 2019

Risvegli

Ci svegliammo con il rumore della pioggia che picchiettava sui vetri della finestra, gli occhi gonfi delle lacrime della sera prima.
– Ti amo. –
Fu la prima cosa che le dissi, sommessamente, quasi vergognandomi.
Perché la decisione era stata mia.
Lei era ancora girata dalla parte del muro, dandomi le spalle.
Forse stava comoda così, o forse voleva solo dimostrarmi il suo disappunto.
Non potevo saperlo.
Io ero intento a guardare il soffitto con aria persa.
Guardavo ma non vedevo.
Il tumulto in testa.
Ed il vuoto fuori.
Intanto la pioggia si era fatta più forte.
Lei si strinse nelle coperte e tirò su con il naso.
Le carezzai la testa, la baciai sulla fronte e mi girai dall'altra parte.
Non mi aspettavo che mi perdonasse.
Non lo stavo facendo neanche io.
Volevo solo che capisse quanto dolorosa era stata la mia decisione...

lunedì 21 gennaio 2019

Pollicino

Pollicino perse la strada, gli uccelli avevano mangiato tutte le briciole di pane che aveva lasciato lungo il tragitto.
Pollicino aveva paura, perso in quel bosco scuro e tetro, pieno di rumori sinistri e scricchiolii maldestri.
Pollicino gridava a squarcia gola che qualcuno lo aiutasse.

Ma gli risposero solo i corvi e il loro gracchiare parve risata di scherno. 
Pollicino si rannicchiò alle radici di un albero, cercando riparo, cercando conforto.
Ma trovò solo terra morta e vermi. 

Pollicino cercava la via di casa.

Ma trovò solo la via per la cassa. 

martedì 15 gennaio 2019

Ricordi un possibile padre

La cucina, era illuminata da un soffio di luce che filtrava dalla finestra e si poteva vedere la polvere fluttuare. Mirko e Giada erano seduti uno davanti all'altra, si tenevano le mani guardandosi, quasi a non voler interrompere quell'attimo.
Avevano aspettato tanto questo momento che, ora, non sembrava vero e volevano farlo durare il più a lungo possibile. 

Poi, Mirko si alzò :«Faccio il caffè, ti va?», al solo pensiero del caffè Giada ebbe la nausea.
Mirko, rise. «SCUSAMI, NON VOLEVO!!!» gridò mentre lei scappava su per le scale fino al bagno, infilando la testa nella tazza appena in tempo.
Erano i primi tempi della gravidanza e questa scena si ripeteva più volte al giorno.
Avevamo già i nomi: Bianca se fosse stata femmina e Alessandro se fosse stato maschio. 

In casa, si erano create due squadre: io tifavo strenuamente per la femminuccia.
L'amore di papà!
Giada voleva il maschietto, per farlo diventare juventino.
Tutti e due eravamo però d'accordo su una cosa: che fosse sano, poi maschio o femmina che fosse non ci interessava.

D'improvviso, un fischio altissimo mi fece girare di scatto: la caffettiera!!!
E mi girai, in tempo per vederla saltare in aria come un tappo di champagne schizzando il caffè sulle mattonelle della cucina.

Nebbia

Shelley era accanto al letto, chinata su di me, intenta a tamponarmi il sudore dalla fronte.
Potevo sentire il suo profumo.
Il camino dentro la stanza, crepitava spandendo calore e un'atmosfera cupa.
La stanza dove mi trovavo era alta, con il soffitto fatto a cassettoni di legno, intarsiati abilmente.
Alla mia destra, il prete sciorinava le sue preghiere, rivolte a quel dio che non mi aveva mai ascoltato.
Né tantomeno lo stava facendo ora.
Mi voltai a fatica verso Shelley e vidi che stava piangendo.
Cercai di alzare un braccio, per carezzarle il viso ma non ebbi la forza.
Cercai i suoi occhi, ultima àncora di una vita che stava andando via.
Fuori la finestra c'era una nebbia fitta, da non vedere al di là del proprio naso.
Chiesi che mi portassero vicino la finestra e che la aprissero.
Miliardi di goccioline fredde mi imperlarono il viso, bagnandomi i capelli e la pelle.
Sentii lo stomaco stringersi...
Allontanai Shelley da me e la vidi mettersi le mani davanti la bocca, come a reprimere un urlo.
Ero salito sul bordo della finestra.
Tolsi di dosso le vesti logore che avevo indosso e le gettai via.
Non mi reggevo in piedi e mi appoggiai allo stipite.
Allargai le braccia, angelo nudo prossimo alla morte.
Ma non ce la feci... caddi all'indietro senza forze.

4Shelley si inginocchiò e mi prese in grembo, carezzandomi la testa e cantandomi una ninna nanna come
a dire:
 - Dormi amore mio... -
Il prete, credendomi morto, andò via